• DATA USCITA: 1986
  • GENERE: Avventura, Fantasy, Animazione, Azione, Fantascienza, Famiglia, Foreign
  • ANNO: 1986
  • REGIA: Hayao Miyazaki
  • SOGGETTO: Hayao Miyazaki
  • SCENEGGIATURA: Hayao Miyazaki
  • CAST:  Ichirô Nagai, Hôchû Ôtsuka, Toshihiko Seki, Masashi Sugawara, Reiko Suzuki, Tarako.
  • PAESE: Giappone
  • LINGUA ORIGINALE: Giapponese
  • DURATA: 124 Min
  • DISTRIBUZIONE: Buena Vista Home Entertainment (edizione DVD 2004)
    Lucky Red (edizione 2012)
  • PRODUZIONE: Studio Ghibli, Nibariki, Tokuma Shoten
  • MUSICHE:
  • MONTAGGIO:
  • PREMI: 1987Ofuji Noburo Award al Mainichi Film Concours ad Hayao Miyazaki, il suo staff e la compagnia Tokuma Shoten

 

TRAMA

Per sfuggire ai pirati dell’aria la giovane Sheeta cade da un aereo, ma si salva levitando nell’aria e atterrando dolcemente tra le braccia di Pazu, un giovane minatore che decide di prendersi cura di lei. Mentre si susseguono i tentativi di catturare Sheeta e la misteriosa pietra che la ragazza porta al collo, cresce la consapevolezza che Sheeta nasconda dei segreti che vanno ben oltre quel che l’apparenza sembri indicare, legati a una misteriosa città nel cielo, Laputa, di cui si favoleggia l’esistenza.

CRITICA

Per molti versi Il castello nel cielo, meglio noto con il titolo originario di Laputa tra i fan del sensei dell’animazione nipponica, rappresenta l’epitome del Miyazaki-pensiero, oltre che uno dei suoi esiti più ragguardevoli. I temi portanti della poetica del regista sono presenti al gran completo, dall’abnegazione e dedizione al lavoro come passaggio essenziale per la maturazione dell’individuo al sostanziale pessimismo sulla natura umana, vista come inevitabilmente contrastante con le esigenze della natura nel suo complesso; per concludere con l’ossessione per il volo e la libertà insita nell’astrazione dal mondo a bordo di un velivolo, punto d’osservazione privilegiato. Ciò nonostante Laputa rimane un unicum nel corpus miyazakiano, che mai come qui si affida a un vero e proprio action hero, come l’indomito Pazu, alle prese con dei nemici che non sono i consueti spiriti birboni o dei poco di buono un po’ confusi, ma veri e propri villain ad alto livello di pericolosità (e che muoiono, fatto piuttosto raro nella filmografia del sensei). Quasi che Il castello nel cielo costituisse un trait d’union tra gli inizi nella serialità per la Tv – Pazu ricorda le fattezze di Conan e la vicenda presenta alcuni punti di contatto con Lupin III: Il castello di Cagliostro – e l’epopea dello Studio Ghibli.
In Il castello nel cielo è come se Hayao avesse voluto convogliare il senso dell’avventura classica nel suo complesso, convogliando influenze e aspirazioni per elaborare la sua summa definitiva; citazioni letterarie come quella ovvia di Swift (Laputa era una città del cielo de I viaggi di Gulliver) che si mescolano con i miti del continente perduto e tecnologicamente avanzato.
Laputa come una novella Atlantide, luogo ideale per rappresentare la parabola della corruzione della natura umana, inevitabilmente incline al possesso e al perseguimento del potere, come fu per la Babilonia della Bibbia o la Nûmenor di Tolkien, entrambe punite dalla collera divina. Laputa è insieme Eden irraggiungibile (e come tale celato all’umanità) e porta dell’inferno, per la doppia e distruttiva natura che reca in sé; come la Gerusalemme di Dante situata sopra la bocca dell’Inferno, in un contrasto di Bene e Male che è anche convivenza di Yin e Yang. La durata di due ore abbondanti evidenzia lo sforzo di voler abbracciare tutti i temi possibili, senza tralasciare, naturalmente, neanche l’amore, mai così vicino a rendersi palese, fermato solo dalla tenera età scelta per i due protagonisti Pazu e Sheeta, costantemente disposti al sacrificio individuale per il bene dell’altro, inscindibili (come sottolinea l’evidente metafora della sequenza che li vede legati assieme).
Per alcuni il vertice della sua poetica e il momento in cui Miyazaki ha dimostrato di saper padroneggiare una gamma più ampia del consueto di generi, anche contrastanti; per tutti indiscriminatamente, invece, un momento fondamentale per comprendere il senso dell’avventura nell’era del “già detto” e le potenzialità ad infinitum e ab infinito dello storytelling, attraverso il superamento di limiti comunemente autoimposti.

Ispirato a Swift e a Verne, il primo lungometraggio prodotto dallo Studio Ghibli (nato per volontà dello stesso Miyazaki e punto di riferimento per tutti gli appassionati di animazione del mondo) narra la vicenda di due ragazzi (Pazu e Sheeta) e della loro ricerca dell’isola/fortezza volante di Laputa. In questa rierca sono aiutati da una banda di pirati alquanto strampalati e guidati da una terribile nonnetta e dal ciondolo di Sheeta, una pietra magica contenente una straordinaria energia proveniente dall’isola stessa. Nonostante l’ambientazione tecnologica e avventurosa, anche in Laputa il tema ambientalista è dominante: la fortezza resta disabitata e accoglie al suo interno una natura selvaggia e incontaminata ed i cattivi di turno fanno una brutta fine. Come in tutti i film del regista colpisce l’approfondimento psicologico dei personaggi, la sublime tecnica realizzativa e l’abilità di Miyazaki nell’alternare scene drammatiche e momenti leggeri e divertenti. Il protagonista maschile è ricalcato sia nei tratti somatici che in quelli caratteriali sull’immagine di un altro eroe miyazakiano, Conan, protagonista di una serie animata di successo e più volte trasmessa anche in Italia.

Poesia. Questo è il primo termine che viene in mente ai tanti fan del regista giapponese al sentire pronunciare il nome Miyazaki. Tutti i film del genio orientale si sono rivelati dei veri successi, apprezzatissimi nella terra natale ma anche qui da noi. Nel lontano 1985, all’epoca in cui Miyazaki non aveva ancora raggiunto la notorietà, venne fondato dallo stesso regista lo studio Ghibli, che ebbe come film di lancio proprio “Il castello nel cielo”, all’epoca chiamato col nome di “Laputa – Castello nel cielo”. Adesso, con un ritardo di più di 25 anni, esce nelle nostre sale cinematografiche, dopo essere uscito in DVD nel 2004 ed essere stato ritirato poco tempo dopo per ragioni sconosciute dal nostro mercato. La storia parla di una ragazza che possiede una pietra magica, legata in qualche modo alla misteriosa isola leggendaria volante di Laputa. Sheeta, questo il nome della ragazza, incontrerà un ragazzo di nome Pazu, col quale deciderà di partire per la ricerca di questa fantomatica isola. Braccati dai pirati del cielo da una parte, e dall’esercito dall’altra, entrambi decisi ad impossessarsi della pietra per fini personali, l’avventura avrà numerosi risvolti, fino a condurre ad un finale ricco di emozioni e non scontato.
Come già detto, il genio di Miyazaki non si smentisce mai. Con questo film ci regala un’altra perla cinematografica dal potere incredibile. Il fattore poetico diventa elemento cardine del film, che si miscela perfettamente ai messaggi morale tanto cari al regista; messaggi sull’antimilitarismo, sull’ecologia e contro la bramosia di potere degli esseri umani. I personaggi sono ben caratterizzati, vivi e credibili. La telecamera virtuale si muove benissimo, mettendo in risalto le emozioni dei personaggi con dei bellissimi primi piani, e facendoci spalancare la bocca alla vista dell’isola.
Se nella prima parte il film decolla piano piano, dolcemente, facendoci entrare nella storia e affezionare ai personaggi e ai loro intenti e obbiettivi, per postivi o negativi che siano, il film si alza decisamente di qualità nel punto in cui i ragazzi arrivano alla prigione dell’esercito, e fa provare emozioni incredibili all’arrivo sull’isola, dove si ragiunge l’apice emotivo del film. La colonna sonora, come sempre per i film di Miyazaki, è di fondamentale importanza per l’approccio al film, e anche questa volta l’obbiettivo di creare delle tracce musicali che facciano sognare è centrato in pieno. Raramente si è sentito tanta bontà sonora in un cartone animato, ma d’altronde questo non è un semplice film d’animazione. Andando a vederlo al cinema, probabilmente capiterà di essere circondati da famiglie con bambini, pensando di andare a vedere un film leggero che trascorre allegramente. In realtà dopo la prima oretta il tono della pellicola cambia, diventando più adulto, facendo veramente uscire quella che è l’anima del film.
Questo film è assolutemente consigliato a tutti, paradossalmente, forse andando a escludere solo la fascia dell’infanzia, che non riuscirebbe ad apprezzare in pieno il film. La pellicola fa emozionare e trasporta lo spettatore in un mondo immaginario di incredibile spessore, sempre più in alto, sopra le nubi, all’interno dei vortici di tempesta, su di “un’isola che non c’è”.


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